Via Adriatica

E’ lunga quasi 1.000 km e corre parallela al mare Adriatico in tutta la sua lunghezza. E’ una strada che da nord a sud attraversa regioni, province, città, paesi e paesini, altre strade più piccole, incroci con grandi rotatorie e poi vie cittadine e quartieri, piazze che gli si allargano attorno, case con porte e finestre che gli si aprono addosso e negozi con le insegne direttamente sulla via Adriatica. Più o meno a metà ci sono un barbiere e un tatuatore.

Il negozio del barbiere è un’unica stanza, entri e non c’è più nient’altro da vedere. La porta d’ingresso è tutta a vetri quindi all’interno c’è sempre tanta luce che viene dalla strada. Il barbiere ha aperto questo negozio più di sessanta anni fa e la prima volta che ci entri sembra che niente sia mai stato cambiato: le poltrone girevoli, gli specchi, le sedie dove aspettare, perfino i pennelli e i rasoi sembrano venire da un altro tempo. Anche i clienti sono gli stessi da anni, molti da decenni. Il barbiere li aspetta seduto nelle sedie verdi, a volte legge un giornale ma quasi sempre guarda la strada.  Il barbiere ha diversi amici che vanno lì solo per sedersi con lui, parlano appena, sono capaci di non scambiarsi parola per un’ora, in un silenzio senza imbarazzo, una sorta di familiare intimità. In sottofondo c’è sempre la radio, a volte fuori frequenza ma nessuno ci fa caso. Quando arriva un cliente il barbiere lo accoglie con un sorriso, lo fa accomodare e tutti restano a guardare. I gesti sono sempre quelli da così tanti anni che sembra di assistere a una specie di rito: il pennello che insapona la faccia, il pettine che scorre tra i capelli e si ferma al punto giusto, le forbici che fanno cadere in piccole ciocche i capelli sulle spalle o per terra. Non c’è altro da guardare, anche perché nei gesti del barbiere più che bravura c’è praticità e buon senso. Forse è la luce che rende i muri più luminosi, forse è il ritmo delle forbici nel silenzio ma nel negozio i gesti si fanno più lenti e il tempo aleggia più sospeso, una specie di magia che si replica a ogni sorriso a ogni cliente che entra.

Affacciato allo stesso marciapiede, a una decina di metri, c’è il negozio del tatuatore. I due sono amici, malgrado i quasi cinquant’anni di differenza, e si sono sempre trattati con un reciproco ossequioso rispetto. Il barbiere, arrivato a ottanta anni, ha chiuso il negozio e ha ceduto al tatuatore le sedie girevoli. Dopo, tutti e due ne hanno parlato a lungo con altri, sempre con un misto di orgoglio e soddisfazione.

Anche il negozio del tatuatore è un’unica stanza. Una tenda scherma la luce della porta d’ingresso, così quando entri non ti aspetti il rosso acceso dei muri. C’è un ingresso con un tavolino piccolo che fa da ufficio e il resto è il laboratorio vero e proprio: il lavandino bianco, il lettino per le sedute più lunghe e i carrelli con i ripiani pieni di strumenti. E’ un posto pulito e si sente un vago odore di disinfettante che copre il sudore e l’odore della pelle. Il tatuatore è bravo, fa questo lavoro da tanto tempo e ha disegnato ogni cosa. Per delle ragazze giovanissime ha tatuato stelline sulle caviglie o dietro le spalle. Ha disegnato tigri, serpenti, farfalle e animali inventati. Ha ricopiato fotografie tirate fuori piegate dai portafogli. Ha scritto dei nomi e coperto dei nomi. Promesse che dovevano durare per sempre oppure parole da non dimenticare. A volte parlando, a volte ascoltando, chino sulla sua macchinetta ha passato ore, mesi, anni, una vita a disegnare storie sulla pelle. Lui dice di ricordarsi ogni singolo tatuaggio che ha fatto e probabilmente è vero.

Alla fine del 2009 il tatuatore si è spostato in un nuovo locale, più grande e spazioso, dove a volte di sera si tengono concerti o raduni di auto d’epoca. Per circa un anno i due negozi sono rimasti sfitti e faceva uno strano effetto passare lungo la strada e vederli vuoti. Poi, prima uno e poi l’altro, sono diventati un’altra cosa.

introduzione di Massimo Ghergo

 

It’s one thousand kilometers long and goes all the way parallel to the Adriatic Sea. From the north to the south it traverses regions, provinces, towns and villages, other smaller roads, intersections with large roundabouts, streets and neighbourhoods, with squares widening around it, houses with doors and windows opening upon it and shops with signs facing it directly. Somewhere, halfway through, is where a barber and a tattoo artist work.

The barber shop is a single room, you enter and there is nothing more to see. The front door is made of glass filling the interior with daylight coming from the street behind it. The barber has opened this shop more than sixty years ago, and as you enter it for the first time it feels as if nothing had changed since then: swivel armchairs, mirrors, green chairs for them- a waiting clients, even brushes and razors seem to belong to the older days. Also the clients have been the same for years, if not decades. The barber awaits them there on the green chair, some time reading a newspaper, but almost always looking toward the street outside. The barber has many friends who come there just to sit with him, they rarely speak, they can pass an hour in silence without exchanging a single word, without embarrassment, a sort of a family intimacy. You can hear  the radio playing in the background, sometimes out of frequency but nobody cares. When the client arrives the barber always has a smile to spare. He settles the client comfortably on the chair while others are watching. Gestures have remained the same for so many years that they seem to assist in a kind of ritual: the brush that lathers the face, the comb that flows through the hair just to stop at the right moment, the scissors that make the hair fall on the shoulders or right onto the floor. There is nothing more to be seen, also because there is not so much bravura as practicality and common sense to the barber’s gestures. It could be the light that makes the walls brighter, the rhythm of scissors, but in this barber shop the gestures are becoming slower and slower and time hovers more often. The kind of magic that repeats with each smile, each client that enters.

Overlooking the same sidewalk, a stone’s throw away is a tattoo shop. The barber and the tattooist are friends despite nearly fifty years’ difference of age. They have always treated each other with mutual courteous respect.  The barber has reached his eighties now, closed his shop and sold his swivel armchairs to the tattooist. They both speak of the chairs with a mix of pride and satisfaction.

The tattoo shop is also a single room.  At the entrance there is a small table that serves as an office, the rest is a real laboratory: a piercing bench, halogen lamps and trolleys with shelves full of tools. This is a clean place and a faint scent of a disinfectant  remains on skin and sweat. The tattooist is gifted, he has been doing this job for years now and everything is of his design. And so he has done starlets on young girls’ ankles and shoulders. He has done tigers, snakes, butterflies, and dreamt up animals. He has copied from crumpled images pulled out from wallets. He has written many names and covered many others. Promises that were to be kept forever and names never to be forgotten. Sometimes speaking sometimes listening, so has he passed hours, months, years, the life bent over his tattoo machine, writing stories on skin. He reportedly remembers every single tattoo he has done. It may be true.

At the end of 2009 the tattooist  moved to a new, bigger place. For almost a year these two abandoned shops have remained vacant. It was odd to walk down the street and see them empty. With time, the former, then the latter have become something different.

introduction by Massimo Ghergo